Osservatore Romano

"Lorenzo Rulfo e i Cuori Rubati" - 5 novembre 2002

Non sarà famoso. Perchè?, vi chiederete. Perchè lo è già, consacrato da Cuori Rubati, la soap opera che calamita milioni di persone davanti al piccolo schermo.
Lorenzo Rulfo ti scruta con occhio infantile, apparentemente svagato. E' instabile, però non punge mai quello sguardo un po' così, cinico, beffardo e perfino scettico. E non è una "fiction". Semmai la realizza quando stringe tra le dita una sigaretta per torturarla subito dopo fra le labbra. Il mondo e le sue aberrazioni non lo spaventano.
E' un sedicenne passionale ed entusiasta, sempre sicuro di sè. Virtù che non sono soltanto figlie dell'età, ma frutti di un ramo germogliato presto, quando aveva sei anni e mostrava al pubblico un faccino rotondo e una voce un po' tremula. La sua vita è un castello di sogni che si concretizzano. Una fiaba, però con mura solide su cui costruire una carriera, un futuro, un'esistenza. Con grande soddisfazione dei genitori Alessandro e Mariuccia e del fratello Simone.

Nel tuo caso si può parlare di passione oppure di vocazione?
I due concetti si saldano, dunque viaggiano di pari passo. Non esiste una priorità, si tratta di stimoli paralleli. La vocazione l'ho avvertita quando avevo appena sei anni e si è trascinata dietro la passione. Tutto naturale, come un gioco. O un sogno.
Il sacro fuoco l'hai avvertito improvvisamente o per gradi?
All'improvviso, e non so dirti perchè. E' successo e basta. Non ho mai desiderato di fare un film, come è successo a tanti colleghi coetanei. Ricordo solo che la prima volta in cui sono salito su un palcoscenico ho sentito qualcosa che mi si apriva definitivamente dentro. E ho continuato a costo di grossi sacrifici. Quella volta ho avuto una parte in "Schiaccianoci e re dei topi".
Che cosa hai dovuto sacrificare a questa passione? Tempo libero, amici, sport, libri?
Tempo libero soprattuto, e in parte amici.Il teatro era un sito fisso nelle mie giornate, i miei acconsentivo ed io ero disposto a tutto per sfondare. A patto che studiassi, era il logico ricatto di mamma e papà. Ho trovato una scuola che mi ha permesso di studiare e lavorare a teatro. La storia continua ancora oggi. In mezzo a tutto ciò ho tentato di recuperare spazio per gli amici.
E' faticoso seguire gli studi normali e contestualmente quelli di recitazione?
Molto, perchè al lavoro, all'impegno che attualmente è televisivo devo aggiungere lo studio.Ho finito la 3° liceo artistico e devo affrontare la 4° e la 5°. Il diploma lo pretendo, anche per riconoscenza verso i miei. I sacrifici sono sempre tanti e ne vale la pena.
Chi ti ha scoperto?
Mario Brusa, attore e regista torinese. Un giorno si vede comparire davanti un bimbo, il sottoscritto. Ho insistito tanto con i miei, alla fine l'ho spuntata. Mi presento e Brusa mi accoglie con simpatia. Da quell'approccio è durata una frequentazione durata tre anni. Dunque è lui il mio punto di partenza e di riferimento.
E i tuoi maestri?
Paolo Maria Scalondro e Sergio Fiorentini. Cerco di imparare più che posso da loro, guide in ogni senso.
Hai avuto esperienze teatrali e televisive, ci sono differenze tecniche?
Assolutamente si. In televisione hai un microfono a trenta centimetri e basta un sussurro, mentre in teatro devi fare sentire la tua voce e far vedere i tuoi gesti quasi con enfasi affinchè li notino più di mille persone. Prima di passare alla tv ho dovuto educarmi. E' comunque più faticoso il teatro.
Ti costa sacrifici adeguarti?
Tanti. Ho un amico attore che si chiama Daniele Griggio, un giorno mi smonta dicendomi: "Le tue capacità sono queste, se vuoi essere un attore televisivo devi cambiare in questo e in quest'altro".
Hai già provato la popolarità, quale effetto fa a 16 anni?
E' una sensazione bella, divertente perchè è gratificante notare che la gente ti riconosce per strada e ti chiede l'autografo.
Il lavoro ti agevola nell'approccio con le ragazze?
Si, però non ho mai avuto problemi su quel versante.
Vivi nel mondo della "finzione", ciò indebolisce o rafforza i tuoi valori?
Probabilmente li rafforza, perchè ripeti un prodotto ma hai modo di imparare cose che sono valide perchè riflessi etici e professionali della vita. Il teatro è insomma una palestra immensa. Ti insegna a recitare e a vivere attraverso la finzione. E ti aiuta a pensare.
Fingi insomma di rivivere.
Proprio così.
Nel tuo lavoro è maggiore il divertimento o la fatica?
All'inizio il divertimento, poi la situazione cambia.
Ti compiaci nel rivederti o sei ipercritico nei confronti della tua immagine?
Sono severo verso la mia immagine e la mia voce.

Angelo Caroli

TORNA AGLI ARTICOLI