Piccolo Ben

Fletcher, uomo, 40/50 anni

Litigando sfumano le loro voci, Jude si avvicina al padre e gli sorride. Micheal esce dalla stanza. Ben si avvicina alle spalle di Jude. La madre esce a seguire Micheal, in scena rimangono Jude, Ben, Mortimer e Vasilly. Con due valige entra Fletcher, vestito elegante, afflitto. Li osserva di spalle, nessuno sembra vederlo. Lui parlando prende il centro della stanza, ancora nessuno lo vede, i personaggi sembrano gelati nella loro immobilità. Fletcher raggiunge una pozza al centro della scena.

Fletcher: Questa stanza non è cambiata! E’ la stessa di vent’anni fa. Questa gente non è cambiata. Puzzo, voglio farmi una doccia. Ma qui non c’è la doccia, non c’è mai stata. Nei tempi prosperi mio padre aveva fatto portare dalla città una vasca e una caldaia a carbone. Poi tutte le sere la riempiva di carbone e per qualche ora l’acqua poteva passarci dentro e imprimersi di calore. Tutti si sentivano ricchi perché qualcuno aveva capito l’importanza della terra e di chi la lavora. Poi le cose sono cambiate perché l’ultimo dei contadini ha pensato di potere cambiare la vita scrivendo idee sui fogli. Non aveva grammatica allora, ma molte idee, molta fantasia. La grammatica è arrivata poi, io non ero portato per questa vita. Ben lo era, lui era un genio. Strana coincidenza, dei contadini partoriscono libri uno per volta, tre libri, riusciti male ma libri. Il primo fu Micheal. Lui era in gamba. Lui scriveva con la zappa, scriveva pensieri bellissimi. Poi nacqui io, diversi anni dopo, e fu la morte della sua arte. Io ero un clown da circo, facevo finta di amare, lui era il circo, amava davvero. Poi nacque, per ultimo, Ben, e mi adorava. Io amavo lui ma come si ama il cane, come si abbraccia un fiore, come si spinge un peso. Nemmeno ora posso smettere di pensare, questa è la mia condanna. Ben mi amava ed io amavo lui, Ben credeva fossi un’eroe, solo perché giocando lui metteva le dita ed un bastone a fucile ed esclamava ban, solo ban e io morivo, facevo finta ma cadevo. Poi mi rialzavo e lui capiva che non ero morto. Ne era felice, sono sicuro ma capiva che ero il più forte perché sapevo morire, lui solo sapeva uccidere. Non era abbastanza. Lo amavo perché mi sorrise un giorno piangendo e quella lacrima era il suo segreto amore per me e io lo accarezzai con tenerezza, come un cane, appunto. Ma lo amavo, questo conta e quando sono partito avevo nel cuore la sua foto, una foto sola per crescere. Poi sono partito e tutto è cambiato. Imparai la grammatica e persi le idee, imparai lo stile di prendere per il culo le parole, lo stile di ammaliare come finti capelli di serpente, la follia di arricchirmi, fuori, con il falso, il gioco. E comprai una BMW mentre qui nessuno aveva ancora la bicicletta, dimenticati i ricordi, ammaliai le parole, piansi me, da bambino. Poi di colpo, dopo vent’anni, ecco mio padre che muore e con tutte le parole scritte o pensate sulle spalle nemmeno la forza di dirmi no, non partire, rimani. Sono qua. (Si guarda attorno, gira tra i fratelli sempre immobili, si sveste.) Questa stanza non è cambiata, chi c’è dentro non è cambiato. Sempre io, quel clown buffone che li farà ridere, oggi, mentre mio padre è morto e loro aspettano solo che torni. E sono tornato. Mio padre. Il clown, buffone spaventato, amici miei. La mia famiglia, che meraviglia, nemmeno un briciolo di umiltà per constatare di essere il nulla più amaro e sincero che sia mai stato nulla. Sono qua e in strada ancora vi dicevo addio, o già lo facevo. Sono qua per salutare voi e capire soltanto guardando lui che non ho più un padre. Non ho più una storia. Ma ho un futuro.

FINE