L'ombra del padre

Jude, uomo, 20/30 anni - dal testo Zelotós

Jude è seduto al tavolo, guarda Micheal, poi Fletcher e Natalie. Sfoga la sua ira. Tutti lo guardano disinteressati, Fletcher legge, piedi sul tavolo, Natalie e Micheal si allontanano per baciarsi.

Jude: Rimanete, magari sarò io ad andare via. Potrei andare da mia madre, a Montreal. Lei mi accoglierebbe. E’ bella mia madre, bionda, alta. Mio padre è morto, altrimenti non tornerei. Se tornassi con mio padre vivo sarei costretto a tradire Micheal e allora diventerei colpevole pure io. Io sono innocente. Mio padre è morto. Quando sono tornato l’ultima volta, Micheal mi aveva chiesto di vivere con lui da pochi giorni e io sono tornato perché ero felice. Sono entrato nel recinto di casa, i ricordi dell’infanzia tutti insieme, a Montreal, subito nel recinto c’era una fontana che io ricordo bene perché da piccolo ci stavo affogando dentro e mio padre mi ha tirato fuori. Ero il suo giocattolo.(come estraniato, nel ricordo, nel passato) Passato il recinto ricordo che ebbi paura, sentii dei cani abbaiare e ululare ma erano lontani e molta gente in casa, la vedevo perché tutte le luci erano accese ed era sera. Tutto spento. Il mondo. Era spento. Ma la casa accesa e lucente. Così mi avvicinai ancora, solo qualche passo pensavo poi torno, torno da Micheal, torno indietro e ogni passo era una voce e qualche ululato, ogni passo era morire e rinascere più piccolo o più forte non so ma avanzavo, non avevo certezza nei gesti e avanzavo. Aperta la porta vedo molta gente e tutti in nero, mia madre che apre le braccia, fra tutti mia madre apre le braccia il pianto negli occhi, apre le braccia, abbozza un sorriso e con le braccia aperte aspetta che io corra da lei e condivida quel dolore perché lui è steso sul letto rigido, freddo, morto. Mio padre, morto. Lo fisso per molti secondi, io non posso condividere nulla. Guardo mia madre come a dire lo capisci vero? Non posso io, ora lo sai, lo capisci, ricordi quel dolore soffocato dal cuscino? Poco più di un mugugno ti arrivava, lo so, immaginavo i tuoi occhi gonfi di lacrimi e allora non potevi crederci dalla stanza accanto ma ora? Ora lo sai. Quando doveva decidere cosa fare della mia carne, quasi sempre preferiva mettermelo in bocca. Ti ricordi? Tu lo sapevi, non devi nemmeno accettarmi, prima io devo perdonare te ma non importa, eri una vittima pure tu. Lui è morto adesso. Quindi lo fisso, intensamente, sul letto, morto. Mio padre. Lo fisso e sorrido. Sorrido perché sono felice che non possa più farmi male e più di tutto sono felice che sia stato il primo a perdere, orgoglioso com’era avrà sentito nell’istante in cui cadeva a terra, che stava perdendo perché io gli sopravvivevo. Poi la gente, mia madre, tutti giudicano. Me giudicano, capite? Il mio sorriso. Non giudicano lui, i suoi gesti, il suo ricordo, l’idea, giudicano me, dicono che sono cattivo e mi giudicano. Io sorrido ma ho il timore negli occhi adesso, perché mia madre non ha più le braccia aperte e mi guarda con disprezzo e dolore e tutto insieme e corro via, corro in camera mia con mio padre morto al piano di sotto e lupi o cani o pecore che ululano e io nella mia stanza che piango perché mia madre non ha capito niente. Non ha capito nemmeno ora che lui è morto e non può più fracasssarle le ossa come un giocattolo. Non la vedo per tre giorni e torno a casa. Quando sono tornato, ricordi, abbiamo litigato perché tu non sapevi dov’ero stato e io non volevo dirtelo. Pensavi che fosse stata paura la mia, Micheal. Sembravi come pazzo e per questo non volevo dirtelo. E’ stato li che ho pensato di dimenticarti. Potevo cominciare una vita nuova. Da solo. Senza mio padre e senza te. Da solo.

Micheal: Non potevo saperlo.
Jude:Sapevo che ti avrei amato per sempre.
Micheal: Mi dispiace.
Jude:Poi è successo, quel giorno, che non mi hai creduto. E tu, solo tu, dovevi credermi. Eri l’unico obbligato a credermi. E ho pensato di dimenticarti. Ora ho capito tutto. Tornerò da mia madre. A Montreal. Attraverserò il vialetto e mi condannerò alla vita che ho lasciato. Come un ricordo, quando si annebbia pure celato dal dolore più grande. Un ricordo, negli occhi suoi un ricordo e io, quel ricordo, perdonato perché dimenticato. Dimenticare come accettare di perdonare e mi accetterà. Come un figlio naufrago e ribelle. Sarò Ulisse al ritorno da un’odiata Penelope perché ora lo so, amo Calipso. Lei e solo lei. Ma lei ha un nuovo padre e a Montreal troverò qualcuno che mi dimenticherà per farmi rinascere. Come un ricordo la sera, sul calare degli appalusi, come il ricordo di un bimbo, soffocato dal clamore, ossa a spalancare l’eterno ed è il grido di un folle. Ti supplico padre, perdonami. Pagherò il mio pegno e mi dimenticherai pure tu quando tutto sarà così perfetto da spaccarti gli occhi. Buio, la scena cambia. Quattro sedie disposte simmetriche.

FINE