Quando la luna canta sul cielo di Itaca
Vincitore Piemontese della Biennale Giovani Artisti del Mediterraneo 2007
1
Una notte l'uomo posò la penna sul tavolo. Era stravolto e sereno. Quanto avesse scritto neppure lui lo sapeva. Molto, sicuramente molto. Perché avesse scritto invece gli era chiaro, aveva scritto per l'amore finito da qualche settimana (o era qualche mese?), l'amore sbagliato, l'amore assurdo. Aveva scritto principalmente per lei, prostituta innocente e per questo amata, per lei che guardandolo negli occhi aveva detto scusa, solo così: scusa. L'ammissione di una colpa (o molte colpe), éscusaé, senza nemmeno una spiegazione, una giustificazione per rincuorare lui, senza nulla, senza una carezza, senza leggeri soffi di vento in quella calda giornata. Scusa per poi lasciarlo morire nella gelosia. Tanto valeva dire scusa e muori, scusa e cancellati o più qualcosa come "ti ho tradito£ e tutti i particolari e "sei ridicolo" e poi ancora muori. No, solo scusa. Che poi, in fondo, non voleva davvero essere scusata, non da lui. Chiedeva perdono a se stessa in quel momento. Lasciare lui, l'uomo più dolce che mai le fosse capitato davanti, l'uomo perfetto da amare e da cui farsi amare era un errore magistrale e lo sapeva. Quindi nel farlo, nel capire che i gesti o i tradimenti portavano a conseguenze senza futuro e senza ritorno, si ripeteva scusa se lo lasci, scusa se non lo amerai più e tutte quelle cose che sanciscono la fine di un amore (se amore si può chiamare).
Ma una notte l'uomo posò la penna sul tavolo e aveva scritto molto, parole meravigliose e forti, parole da innamorare e straziare il cuore. Ne era certo, erano davanti ai suoi occhi, parole stupende. Parole, parole sapienti immolate con ferocia su bianche pagine innocenti per davvero. Parole come sassi. Parole. E posò la penna felice perché aveva compiuto ciò che si era prefissato: scriverle una lettera. E allora perché dopo pochi minuti di silenzio, di godimento lieve come dopo l'orgasmo, aveva iniziato a sentire quella stupidità così nota invadergli l'anima. Una domanda principalmente si faceva sentire: "E adesso?". Aveva scritto, aveva pianto scrivendo, pure pianto forte, pianto a singhiozzi e credeva in quello che stava dicendo, a lei e unicamente a lei. Lanciava accuse forti e mai aveva smesso, per tutte le pagine scritte, di spacciarsi per vittima, unica vittima di un efferato stupro. Intellettuale, morale, emotivo, passionale, fondamentale. Comunque stupro. E ora guardava il foglio pieno di domande e le risposte non arrivavano, solo domande e continue domande, milioni forse. Tra loro la più feroce: "e adesso?". Certo, l'indirizzo di lei lo sapeva a memoria, poteva spedirgliela. E poi? Ragionando capiva perfettamente che mandarla a lei, che pure era l'ispiratrice - seppur non proprio musa - poteva portare in due uniche direzioni, comunque non liete per lui, direzioni sbagliate e fuorvianti. Nella prima ipotesi lei l'avrebbe aperta e provato un leggero senso di colpa, avrebbe provato compassione per lui leggendo quelle frasi piene di risentimento. Poi tutto sarebbe morto come nato, avrebbe chiuso la lettera e pensato ad altro, un altro lui, un nuovo ragazzo o uomo da distruggere. Nella seconda e più terribile ipotesi l'avrebbe deriso, immaginando il patetico suo struggersi su un tavolo triste intento a scrivere, scrivere, scrivere per fermare il passato e non per vivere il presente. Era una strada senza ritorno. Scrivere.
Per chi scriviamo? Per noi stessi forse, per vendicarci di qualcosa, cancellarlo dalla vita imprimendolo sul foglio. Mentre scriviamo, in quell'attimo preciso -né prima né dopo- in cui il nero dell'inchiostro si spalma sul foglio noi stiamo vincendo. Quel punto é la vittoria, é l'esatto istante - ripetuto in ogni scritto - in cui il cambiamento é possibile, é il kairos di ogni uomo, la penna come destino, il cuore come stile e la testa come motore. Quel momento é la vita.
Eppure una notte -non so quando e dove - l'uomo posò la penna sul tavolo e rifletté per pochi minuti: non la pensava così. Ora malediceva se stesso, la sua idiozia, il tempo sprecato ad inculcare, in una pagina senza cuore, le ali di un tempo volato via e ricordato sul foglio, il temporale a inondare la sua vita, quelle mani così presenti posate sui suoi occhi, due monete a pagare il pegno ad un traghettatore che aspettava, aspettava sempre il momento di portarlo là, verso la salvezza, lontano dal profumo che amo, amo, amo davvero. Lontano da lei, via, su un'altra sponda, un'altra vita, traghettatore ti ho pagato, quelle monete erano il sale delle mie viscere, ora vieni, ora prendimi, ora uccidimi e fammi rinascere uomo, rinascere più grande con un cuore più piccolo, dammi calli pesanti sotto i piedi per cominciare a correre, correre veloce, correre via, correre sempre fino a quando non ricorderò più il perché, perché corro, perché scappo, perché vado, perché?
Forse questo pensiero, forse furono altri o magari solo il dolore incessante e quel senso di stupidità crescente, prova del suo stato di vittima, a convincerlo. Un uomo una notte posò la penna e spedì una lettera. A Dio, la spedì a Dio. Proprio a lui, in persona, Dio e nessun'altro. Dio gli avrebbe risposto e spiegato e quel gesto metafisico avrebbe potuto cambiare la sua vita per l'ennesima volta.
2
Penelope non era molto intelligente. Se tale fosse stata avrebbe potuto certamente chiedersi quanto conta il caso nella vita. Non il caso inteso come destino, inteso come coincidenza (co-incidenza, l'attimo in cui incidono, si incontrano due fattori, eventi, momenti, sensazioni comuni ma solitamente separate).
Penelope non era stupida. Se fosse stata stupida avrebbe potuto vivere, sempre, seguendo solo e soltanto il suo bisogno, le richieste di un bambino che dalla nascita viveva in lei. Penelope stava in un limbo, senza domande ma bisognosa di risposte. Per questo tradì Hamlin, lo scrittore. E non lo fece così, come a cogliere un fiore. Non fu semplice baciarlo quel peccato, nemmeno pensare di farlo. Non fu facile capire poi di averlo fatto davvero. Il caso era li, padrone e ridente, solitario e malato. Era stato per caso infatti che la sorella si ammalò, sempre per caso l'amica di sua sorella non si trovava a Roma e non poteva sostituirla in discoteca dove ballava come cubista. Dunque Penelope rappresentava l'ultima spiaggia e per caso quella sera non aveva nulla di meglio da fare. Di nuovo per caso, ballando, aveva sentito la testa girare e s'era dovuta fermare e perfino uscire a prendere una boccata d'aria; sudata, dal caldo passare al freddo, e poi subire un tracollo e svenire fino all'arrivo dell'ambulanza e il trasporto in ospedale. Lì il medico di turno - era notte - non era il solito medico di turno di quel sabato notte. Era un'altro, uno che lo sostituiva e per caso stava lì e la vide entrare. E s’innamorò. Di colpo si innamorò. La corteggiò, sicuro e forte del fatto che in quel momento, per lei, rappresentava il salvatore. Non Hamlin, Hamlin era rimasto a casa ignaro, dormiva senza sapere nulla e lei si era concessa a quel dottore in uno squallido lettino d'ospedale di quelli di servizio, quelli allestiti in uno stanzino buio per permettere al personale di riposarsi. Cinque casualità l'avevano legata a un uomo, cinque assurdi fortuiti casi, cinque odiose concatenazioni d'eventi. Per questo, se fosse stata intelligente, si sarebbe chiesta se tutto quel destino era un fattore positivo e ammaliante o segnale di un evento da cui sarebbe dovuta fuggire lontano. Qualcosa che avviene così, é destino? Oppure eé'casò' e non significa nulla? Ma lei non se lo chiese nemmeno per un secondo, amò l'uomo col camice bianco, si fece invadere corpo e anima, senza dolcezza, senza ricordi o pensieri. Non pensò a niente, non quella sera. Quella sera il caso o comunque qualcosa l'aveva presa per mano e accompagnata in una stanza d'ospedale, perfino scortata con l'ambulanza e le sirene. Forse lei in quella stanza ci doveva stare, forse doveva tradirlo davvero lo scrittore, forse non aveva colpe e addirittura aveva cercato fino alla sera prima di sconfiggerlo il destino, di fare di tutto per non essere messa in quella condizione. E poi il destino s'era adirato, aveva visto questo tentativo di ribellione e poiché tutto era già deciso s'era inventato una malattia per la sorella, una vacanza per l'amica della sorella, un bisogno di non annoiarsi di lei e un malumore, un dottore che salta il turno di notte e viene sostituito da un altro dottore in caccia d'amore. Certo. Non era colpevole lei, non lei. Il caso era colpevole, complice, malato, cinico. Il caso. Non lei. A Hamlin non avrebbe dovuto dire scusa, forse avrebbe dovuto addirittura arrabbiarsi, avrebbe dovuto chiedergli perché non era lì a fare la sua parte, perché non l'aveva salvata da quell'amore costruito per lei da un bambino capriccioso e crudele: il caso.
3
Una notte l'uomo posò la speranza e capì. Non riceveva risposta da settimane. Per questo capì, Hamlin capì. Potrei dire che in realtà non aveva capito proprio nulla ma egli non sapeva stare senza risposte, per troppo tempo aveva accettato la condizione di idiota. Dunque si giurò d'aver capito, disse solo così: "ho capito" con semplicità. Cioé, immaginate un uomo che piange, che versa lacrime e singhiozzi e fino alle 03.44 piange, tutto ciò che esce dalla sua bocca é un alito colloso di lacrime e continui perché - sempre a Dio - perché, perché? Ma poi é un attimo, di colpo alle 03.45 smette di piangere deciso, ha passato il turno, il momento, l'istante e non piange più. Posa la speranza di avere risposta e maledice Dio lieve, così come un gesto che potresti avere fatto milioni di volte, solo basta, ho capito, non c'é risposta. Se avessi potuto chiedergli, per un secondo, che cosa avesse capito mi avrebbe risposto solo "ho capito". Se avessi potuto incalzare, "si, ma cosa?'" lui lì mi avrebbe guardato e forse sorriso - un falso sorriso ma vero nell'intenzione - e avrebbe risposto sicuro come sicuro non era "non mi risponderà".
Una notte l'uomo posò la speranza e prese in mano la realtà, finalmente convinto, prese in mano la voglia di vivere che gli dava quel non aver capito nulla, ma proprio nulla e credere di essere nel giusto. L'uomo, che meraviglia l'uomo.
Quando Calipso piangeva il rifiuto di Ulisse non ci fu nulla a convincerla di lasciarlo andare, di ritornare alla sua vita. Ulisse però fece come Hamlin, chiese ad Atena di liberarlo, di farlo fuggire. E Atena non rispose e Ulisse si convinse di aver capito. Per sette lunghi anni si convinse di aver capito. Poi nel silenzio e pure nel segreto Atena parlò con Zeus ma dopo sette anni, capito? Sette anni di silenzio e Atena si sveglia e decide che proprio quel giorno -perché non un mese o un anno prima?- quel giorno avrebbe parlato con Zeus, l'avrebbe convinto. E lo convinse e Ulisse poté partire. Chissà se mentre si allontanava pensava alle lacrime di Calipso o al volto di Penelope che sicuro nemmeno più ricordava. Chissà se per un secondo non gli passò in testa che stava sbagliando, che la sua vita era amare quella donna così forte e non tornare, sempre tornare, ma tornare dove? A Itaca? In una terra dove mai gli avrebbero chiesto del suo viaggio ma solo di ciò che era prima?
Quando Hamlin posò la penna aveva capito e non aveva capito nulla. Nulla della sua Penelope, nulla del tradimento subito e nulla dell'amore perso. Pure quella lettera era sbagliata, troppo rivolta a se stesso, troppo scritta sul suo dolore e non sulla storia, madre di quel dolore. Ma Hamlin é un mio personaggio, Hamlin l'ho creato io e dunque sono il suo Dio, dunque sono la forza creatrice per cui ora si strugge e casualmente fa lo scrittore. No, non é vero, non é giusto. Lui é mio e mie sono le scelte, miei i rantoli che si porta dietro. Mio il tradimento che lo distrugge, mia la scelta di spezzargli la vita ma per farlo ricominciare, giuro, per farlo rinascere, ripartire. Mio il concatenarsi d'eventi che può scatenare una guerra o semplicemente generare una vita su un lettino di servizio di un ospedale da qualche parte, in qualche posto.
Una notte Hamlin posò la speranza e io mi sentii morire perché non potevo fare nulla, nulla di più. Perché avevo paura di incasinare tutto, perché temevo un'idea che avrebbe potuto nascere nella mia testa o nelle mie viscere. Perché al sopraggiungere di un'idea mi manca la forza di rispondere e la tentazione chiama fino a quando non scrivo. E distruggo una vita ma qualcosa di interessante si é impresso sul foglio.
Come posso giudicare i miei personaggi, le mie azioni se sono l'unico che veramente ha colpa?
Una notte Dio ricevette una lettera e non rispose perché Dio era una identificazione, era colui che la lettera l'aveva scritta. E comprese la stupidità e non rispose. E da lì tutto cambiò perché Dio decise di chiudere la penna, di abbandonarla in un cassetto e lasciare tutti i suoi personaggi al loro destino. Decise, chiudendo il libro, di lasciarli vivere di vita propria. Tanto avrebbero potuto fare loro, sistemare, aggiustare, credere, per amarsi ancora. Tutto chiedeva pace nelle pagine, la storia era scritta bene ma sbagliata. Ogni singolo elemento della narrazione ora poteva ribellarsi e desiderava davvero farlo. Per questo Dio capì e chiuse il libro e tutto cambiò.
4
Passarono quattro secondi che Hamlin era in strada, magicamente in strada. Cominciò a correre, correre veloce seguendo il fiume del suo desiderio e non ricordava nulla, non ricordava l'immagine di lei con un uomo, non ricordava il suo pianto e la separazione e correva e la luna lo prese per mano per farlo correre più veloce e le stelle brillarono più forte a illuminargli la strada. Correva come un bambino per abbracciare i genitori che non vede da mesi, correva con le lacrime agli occhi e il kairos non era la corsa ma il gesto di Dio di chiudere il libro e fare finta di non volerne più sapere niente.
Dall'altra parte della città Penelope aveva interrotto l'amplesso che stava vivendo e vestendosi veloce pure lei aveva cominciato a correre e perché non sbagliasse strada una strana nebbia era penetrata ovunque lei non dovesse entrare, in ogni via, in ogni strada, in ogni portone, ovunque. Così correva, là dove non c’era nebbia, quasi seguendo un sentiero e pensava, vedeva lui carezzarle i capelli, recitare per lei poesie, amarla davvero, amarla con la mente e vedeva il campo di fragole in cui la prima volta avevano consumato il loro peccato. Correvano i due amori e Dio a casa, sul letto che si ripeteva "apro per un secondo, per leggere che succede" e aprì e pianse di tutto quell'amore e si sentì cinico, spietato, crudele nell'averlo impedito, nell'averli separati. Ricordò una donna che lo lasciava e in quel momento desiderò che il suo Dio, colui che scriveva di lui avesse fatto la stessa cosa, che gli costava, lasciarlo andare libero verso il vecchio amore come una novità crescente, come un destino non scritto da inventare e vivere per provare la gioia di correre verso qualcosa che non sai se c'é. Così vedeva le parole imprimersi da sole sulle pagine ancora bianche e ne pianse per un secondo. Poi ricominciò a leggere.
Hamlin correva e finalmente la vide. Quando si incontrarono lei ansimava e stettero fermi a guardarsi vittime del respiro forte e doloroso. Poi, senza staccare lo sguardo, occhi negli occhi, lei sorrise per un secondo, timida e rise di una risata nervosa ma così dolce, giuro, dolcissima e mentre lo guardava un brivido s'impossessò dei suoi occhi e l'amava, lei lo amava. Lo prese per mano e la luna cantava dolce e innamorata della loro storia, del ritrovarsi, di quel segno di vita, di passione come un marchio di fuoco. La luna cantava innamorata e innamorava il suo canto. Lui ora piangeva e la baciava con la bocca collosa di lacrime e ogni stretta dei corpi era amore, erano brividi d'amore, era l'assenza del destino, era vivere, era tutto. Per questo non poté sopportarlo lo scrittore vero, il loro Dio, perché quella storia era una sua vendetta verso un amore finito, era solo questo. Per questo Dio prese in mano la penna ed era combattuto e ora l’avvicinava, indeciso. Per questo non sapeva cosa fare perché nessuno gli diceva nulla e ora era lui a sentirsi vittima. Il suo amore era finito e gli toccava di vederne uno sulla carta così straordinario e grande, così dolce, così eterno.
Ricordò ancora, senza la forza di staccarsi dal ricordo, le parole di lei nell'istante in cui lo lasciava, quelle parole imparate a memoria, così fredde, così sassi. Gli venne in mente un bacio, probabilmente l'ultimo prima di una grande solitudine come un fazzoletto alla partenza del treno o l'ultimo saluto, un bacio dolcissimo, un addio crudele, una porta chiudersi, un soffio che si allontana veloce chissà dove, chissà perché poi. Poi una valanga di ricordi tutti fuori con le lacrime, come se lasciare una scelta ai suoi personaggi avesse significato perdere, perdere su tutta la linea, ogni singola sensazione ricacciata nel petto con violenza ora usciva sicura dagli occhi, nel pianto, nel dolore, nella vita. Le parole di sua madre adesso erano davanti a lui, la tosse del padre, il sorriso del nonno, l'odore dei cani, ricordi allo stato puro, un quadro impresso nella sua pelle e ancora quel bacio, perché quel bacio? Perché un bacio deve sancire una fine? Forse una lama, forse saliva come uno sputo, forse un grido. Non un bacio. Vi prego, non un bacio. Quel Dio si sentiva un bambino, voleva scappare un'altra volta ma si pensò uomo e non lo fece. Quindi, per credersi forte, fissò l'immagine della donna che lo baciava per l'ultima volta ed era Penelope, sono sicuro, Penelope. Gli stessi occhi, la stessa bocca, le stesse parole, le stesse mani, Penelope. La amava ancora, più di prima, prima del bacio, ma come spiegarglielo? Come giurargli non si trattasse di odio, simile ma non odio: amore.
Non ne sono fiero, non lo sono. Ma una notte un amore si ritrova con violenza e due anime si giurano l'eternità e poi scompaiono. Così, semplicemente scompaiono mentre si abbracciano e cercano di completarsi. Scompaiono, dalla terra scompaiono e non sapremo mai dove sono finiti. Perché li amavo e li odiavo e scomparvero.
Poi Dio chiuse le pagine ed era vendicato, era più leggero e nulla più gli importava e gettò il libro nel camino per lasciarlo bruciare e insieme al libro una lettera a cui non serviva più rispondere. Li gettò nel camino e un mondo era morto come nato, come mai fosse stato vero. Un mondo terribile comunque, un mondo nel mondo. Bruciato nel camino.
Poi lentamente si avviò per andare in cucina a fare colazione e prese carta e penna per scrivere una lettera. Era vendicato, certo, ma vuoto. Incolpava la sua Penelope, una donna qualsiasi capace come qualsiasi donna di prendere in mano l'anima di un uomo. Per questo prese carta e penna e rabbia e amore e odio e tutto insieme e mischiò e seduto al tavolo cominciò a scrivere una lettera. Piangeva scrivendo, pure forte piangeva affinché potesse sentirsi piangere e credersi vittima.
Non so per quanto scriverà, forse non smetterà mai, forse si stancherà o peggio smetterà di scrivere per respirare, solo un attimo, per respirare e si chiederà il perché. Nel suo folle scrivere si sarà dimenticato tutta la vita che gli é passata nell'intestino per salire agli occhi, al cuore, all'anima e tornare sul foglio.
Un giorno comunque poserà la penna quel Dio, la poserà e penserà a lungo a chi spedirla. Ma sarà inutile perché una notte, all'apice di un sorriso, nel momento in cui tutto si avvera e la felicità é l'unica cosa che conta, quella notte scomparirà e sarà giusto.
FINE