Omaggio a Tim Curry

Dal romanzò'Zelotòs, una storia normalé'

Un clown. Fa freddo, l'aria punge e tutto appare malinconico. Un tendone perso nella campagna, un tendone forse abbandonato ed enorme, lacerato sui lati; strappi antichi del tempo, graffi dell'abbandono. Un clown ben truccato ma decadente. Terra il palco, vento il pubblico. Luce che filtra maestosa da buchi antichi sul tetto del tendone. Un clown al centro del mondo nel centro del pallone. Sorride. Non so quale motivo mi porti alla mente questa immagine ma non é un pensiero, non un ricordo, non un'idea. é qualcosa di concreto, tangibile, ed é davanti ai miei occhi. Io sono nel tendone ed ho freddo come sensazione violenta, freddo che penetra nella schiena e si distribuisce generoso su tutto il corpo. L'aria diffonde melanconia pura che s'imprime sul petto e lotta con il freddo. Un clown lento si muove al centro dei miei occhi e si avvicina bianco, spaventoso. Mi viene vicino e osservo meglio il suo volto, quanto dolore su quel volto. Il sorriso che mi porge é un'illusione rossa di trucco, non il suo umore. Non parla, non sa parlare, solo mi avvicina al volto le tre palle che usa per stupire il pubblico, un pubblico più che mai assente. Le avvicina come farebbe un bambino con un gioco per fare giocare un pò anche te, le avvicina e nel farlo piega leggermente la testa per vedere la mia reazione. Ma sul mio volto é dipinto silenzio e stupore, i miei occhi cercano di rubare il suo stato d'animo non perché mi possa appartenere ma per poterlo capire. Appare distante come distante é il mondo che non ho e non sento attorno. Il mondo é via. Scappato via. Perché? Mi sorride questa volta di un sorriso vero, triste ma vero. Non un sorriso spensierato insomma, un sorriso pieno di dolore che é suo da sempre ma sempre un sorriso e accetto quelle palle colorate come segno d'amicizia.

"Io sono qui da sempre."

Parla normale ma lento, ogni parola é separata dalla precedente o dalla successiva da manciate di secondi. Parla stranito della mia presenza ma non stupito. Nessuno mai é stato qui, questo lo so. Nessuno a parte il clown che qui é sempre e mai nel mondo. Sempre qui.

"Io sono questo posto, il mio rifugio."

Parla senza guardarmi. Cammina in cerchio e alza la voce mentre si allontana per farsi sentire sempre e bene. Mi accorgo che sta recitando. Sono il suo unico spettatore. Sono il primo spettatore dopo una vita di prove. Si avvicina ad un grosso occhio di bue vicino all'entrata del tendone, lo accende e sistema affinché punti il centro del palcoscenico. Poi sempre lento, gustandosi un momento che attende da sempre e in cui nemmeno più sperava, si reca in quella pozza di luce appena creata e il suo sorriso appare sempre più vero e felice, l'apice del sorrào. Sarà l'attimo più bello della sua esistenza, per sempre. L'attimo troppo distante dal cambiamento per essere ancora sorpreso e troppo lontano dalla fine per disperarsene. Si muove con maestria, ammaliano i gesti ripetutiìon così tanta calma e tutto questo dolore che esce come vita, le lacrime che non trattiene perché qualcuno lo sta guardando e questo qualcuno sono io e la sua vita cambierà ancora una volta per sempre. In peggio, nel ricordo di qualcosa che capirà non poter vivere mai più ma cambierà e avrà la forza di ricordare qualcosa in cui almeno per un attimo avrà amato davvero. Piange ed esegue i giochi perfetti provati per milioni di anni in un tendone freddo e solo. Piange e volteggia o si muove col triciclo ed é emozionato come un bambino, spaventato come preda di un cacciatore spietato e duro: il tempo. Volteggia e sempre nuovi giochi incantevoli e lo guardo e rido delle gag piangendo dell'emozione pura che scaturisce il suo volto. Terminati i giochi si sistema una seggiola nella pozza di luce forte e siede. Si prepara a parlare.

"Un tempo mi innamoravo di tutto. Amavo le farfalle che liete entravano per ammirarmi, amavo gli occhi miei riflessi negli specchi di questo tendone e ogni amore era amore di un secondo, reale ma di un secondo. Ogni amore era vita e del pubblico neppure un presagio. Amavo le idee, soprattutto le idee. Le mie idee quando uscivano come sogni ed erano sogni veri e quanto ci credevo. Poi tu non sei mai arrivato, capisci questo? Troppo tardi sei arrivato e nemmeno lo volevi."

"Dove sono?" Interrompendo la rappresentazione. Il clown non rimane infastidito, solo si volta come sorpreso della domanda.
"Che importanza ha? E poi come credi ti possa rispondere?"
"Dicendomi dove sono e come uscirne."
"Sei nel mondo, almeno dal mio punto di vista. Uscire di qui é facilissimo, entrare é impossibile."
"Ma io sono dentro."
"E allora?"
Ogni parola mi illumina. Non quello che dice a darmi consapevolezza, la sua voce. La conosco questa voce, la conosco bene da quando ero piccolo. é la voce di Tim Curry, la sua esatta voce. Ricordo quando terrorizzato da quel pagliaccio cercavo di esorcizzarlo immaginandolo meravigliosamente buono. E triste, per vendetta di me bambino incredibilmente triste.

"Non sei qui per caso, e qui non esiste nemmeno ad essere sinceri..." pare si senta in colpa.
"Cosa vuol dire?"
"Io sapevo tutto, sapevo che saresti venuto. Non chiedermi come ma lo sapevo. Per un istante ho sognato, sperato di farmi amare da te, immaginato che avresti voluto, desiderato, amato i miei gesti. Questo spettacolo lo provo per te da sempre."
"Io l'ho amato. Questo spettacolo é incantevole." Sincero, dannatamente sincero.

Poche parole quando bastano a cambiare una vita. Il clown piange, devastato da emozioni crescenti così meravigliose da gelargli il volto, così incantevoli che piange e storce la bocca per parlare ancora ed emozionarsi ancora e vivere tutta la magia di istanti rubati alla monotonia. Accenna più volte, molte volte cerca di pronunciare sillabe o parole e ogni rinuncia é da amare perché sintomo di dolore ma dolore meraviglioso. Sempre solo al centro di un palco enorme mi guarda e finalmente sillabe escono incerte ma escono.

"L'hai amato davvero?"
"Certò' prontissimo e sincero, "ho amato tutto, ogni tuo gesto, la fragilità delle dolcezze stemperate nel corpo così conciato come maschera. Ho amato ciò che già amavo, da prima, anni prima."

Scoppia. Troppa emozione porta alla follia, così dicono. Lui semplicemente scoppia. Si alza dallo sgabello per venirmi incontro, certamente per abbracciarmi, poi si ferma contrariato dall'idea di abbandonare lo show e ancora probabilmente si giura che non gli importa, che nulla importa e riparte sempre diretto verso me, forse per baciarmi o picchiarmi o non so e si ferma ancora e due passi indietro in una lotta meravigliosa e terribile con se stesso. Pare avvolto in una danza che nulla ha di leggero, di leggiadro, di dolce; una danza che rasenta la follia o l'amore più estremo e la lotta, molta lotta e amore ancora a tratti per rischiarare i passi di un clown che danza con scarpe enormi su terra rossa e piange e le lacrime cascano pesanti, morte, e toccano giù e schizzano da tutte le parti irreali e lacrime, così presenti sempre nella vita di tutti. Da sempre, da sempre, da sempre.

Da sempre un clown albeggia nel cuore più muto di ogni drago, nell'anima più profonda di ogni comatoso che vuole vivere e non conosce il destino che qualcuno già gli ha assegnato, senza parlare, senza ridere o gioire o semplicemente senza farsi vedere. Assegnato da sempre. Da sempre. Sempre tu, Tim Curry, con sfumature diverse che sono i contorni di un bambino che ricorda poco, che ricorda male.
Decide di venirmi incontro, lo decide davvero e definitivamente e questa chiarezza é chiara anche per me che guardo, dagli occhi suoi emerge. Mi si avvicina e si butta alle mie ginocchia. Cerca di baciarmi tutto il corpo, cerca di espropriarmi di una dignità acquisita ma non lo fa con coscienza, solo inesperienza guida le sue azioni. Inesperienza d'amore e mi ama, adesso mi ama. Cerca di baciarmi le labbra e lo respingo. Un momento da non rovinare, lo so, lo ripeto. Un qualcosa, un attimo di roboante follia da tenere sempre, da non dimenticare. Lo allontano e non capisce, si sente umiliato, rifiutato da me. Non può sapere che non é lui che rifiuto, non il suo folle amore di pagliaccio, non le sue lacrime. Solo il modo d'esprimerlo tutto questo cuore mi pesa come a una vecchia vedova la busta della spesa. Solo questo. Lo prendo per mano.

"Portami dove devo essere. Dove devo essere."
"Qui devi essere, da sempre." E volta la faccia.
"No, non ti credo. Qui devi essere tu e solo, perché qui io ti ho messo. E ti chiedo perdono. Ma io non devo essere qui. Fammi tornare a casa, fammi tornare alla mia vita e ti penserò più spesso, ti penserò con un pubblico, ti penserò felice."

Felice, queste parole lo colpiscono. Io sono il suo Dio perché lui é solo un mio pensiero, uno di quei pensieri da non incontrare mai, da non amare per non sentirti in colpa.

"Con un pubblico..." la ripete infinite volte questa frase, la ripete estasiato. "Mi penserai felice?"
"Lo farò, ma ora portami a casa."
"Mi penserai con un pubblico vero, un pubblico che mi ama?"
"Si lo farò. Fammi uscire ora."

Mi prende per mano pieno di lacrime e colloso come un giorno di agosto. Mi accarezza la testa per chiedermi scusa, forse di sentirsi così patetico e solo. In un attimo tutto é diverso, bianco e diverso. Si allontana per l'ultima volta ma prima di scomparire alla mia vista si volta e mi lancia uno sguardo colmo di vita e passione, colmo di lui e di me di conseguenza.

"Posso chiederti un ultimo favore?"
"Certò'
"Quando mi penserai diverso, quando mi penserai felice, quando mi penserai, lasciami i ricordi del mio sempre infelice. Sarà tutto ancora più grande."
"Te lo promettò' e scompare nel bianco.

FINE